La riflessione di oggi

La generosità di per se è un bel principio. E metterla in pratica è un atto che sotto un certo aspetto riempie il cuore e l’anima. Ma per il resto, se non esiste regolamento o accordo, la gente non riesce a fare altro che essere arraffona e ingorda.
Non c’è solo accenno al fatto che ci sia il sistema dei migranti nel Mediterraneo, per cui si abusa del principio costituzionale di accoglienza che certamente non era stato pensato per la stortura che attualmente deve subire. Si può guardare anche nel piccolo della vita quotidiana di ciascuno di noi, dove si comincia con un atto che se si vuole è un atto di cortesia, naturalmente spontaneo e disinteressato. Quell’atto magari ne segue un altro, e se la cosa può andare bene a chi la fa perché non farla. Il guaio è che dopo quello se si tratta della configurazione di una serie, la cosa diventa molto difficile.
Detto brevemente: non è sbagliato fare qualcosa per il proprio prossimo, ma è sbagliato che il prossimo veda in quel qualcosa una fonte di approvvigionamento a cui attingere a proprio piacimento e senza una misura se non la fine della fonte stessa.
Non si può dire che è sbagliato aiutare il proprio prossimo: ciò che è sbagliato è non dettare anche solo a se stessi regole certe di confine tra ciò che è plausibile e ciò che sconfina nell’impossibile.

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La riflessione di oggi…

Una cosa che difficilmente si può capire è come faccia il governo ad avere così tante risorse da poter fare quello che sta facendo. Molti possono dire che se c’è un buon amministratore, come sembrerebbe essere Padoan in questo caso, i soldi si trovano. Ma chissà come mai è così forte il sospetto di lavorare, se così si può dire, in deficit.
Un particolare che ha caratterizzato i governi di Berlusconi è sempre stato il fatto che Tremonti non ha mai allargato i cordoni della borsa per permettere all’allora premier di fare quello che preferiva. Si spendeva quanto si poteva e li finiva tutto.
Oggi invece, magari leggermente sotto silenzio ammaliati da slide o diapositive dir si voglia, si spende e si spande alle volte con mire elettorali altre con mire previdenziali. C’è poi il fatto di incentivare il commercio, ma il discorso sarebbe lungo e quindi si imita dicendo che si può anche lasciar stare simili spese.
La domanda a questo punto è: fino a che punto i conti di Stato permetteranno una flessibilità di indebitamento simile? Perché è inutile che si nasconda la polvere sotto il tappeto così a lungo: ci stiamo sempre più indebitando. E la cosa grave è che non si sa per quale motivo ci si stia indebitando. Se veramente c’è la volontà di far ripartire il paese o solo di fargli vivere un sogno dorato da cui risvegliarsi in mezzo alla merda si presume essere l’unica conseguenza.

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Bisogna partire da un punto fisso: al referendum del 4 dicembre ci sono due scelte: votare o non votare. Se uno non vota, decide di evitare di dire la propria. E siccome è una scelta legittima: libertà per tutti.
Se si decide di votare uno può dire di si o di no. E ognuna di queste due scelte porta delle conseguenze. Il si comporta che una legittima votazione del Parlamento viene comprovata dalla volontà popolare e tutto finisce con l’adozione della riforma costituzionale che è anche, ma non solo, quello che per la maggiore viene diffuso da politici e giornalisti.
Se si dice di no, sotto un certo aspetto si blocca un processo di costruzione di una nuova realtà legislativa all’interno della legge fondamentale che è la Costituzione.
C’è chi dice che questa riforma non è una buona riforma. E alcuni dicono che si tratta del popolo dei no su tutto e a prescindere da tutto. Forse c’è un fondo di verità. Ma la questione è solo una: se si avesse avuto una idea di fare la stessa cosa nel passato, perché non la si è portata avanti o si è preferito fare altro?
A parte tutto votate gente. Il voto è un diritto prima che un dovere. E non portarlo avanti, a prescindere se con un si o con un no, è una cosa che impoverisce il tessuto civile di un paese.

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Non si può mettere in dubbio l’onestà di qualcosa fino a che non esistono dei motivi sufficienti e tangibili per accendere la fiamma dell’analisi e fare le pulci a quel qualcosa. C’è un ‘ma’ però: ma fino a che punto si può credere ad una onestà soprattutto in politica dove si fanno cose alle volte non possibili?
Basta prendere il caso delle leggi finanziarie che di governo in governo si fanno e sono state fatte. In questo caso la tangibilità sono i debiti che quotidianamente la Banca d’Italia deve finanziare con titoli che costano. Ciò significa che un governo più di altri ha speso soldi che non poteva spendere. In questo caso non si può credere che ci sia onestà nei conti pubblici.
Più che altro non si può credere, per la legge del “dove prendi togli e dove togli prendi”, che si facciano gli interessi di tutti. Perché per una legge matematica se ti occupi del tutto ti occupi del niente. Non puoi non occuparti di tutto se non prendi tutto senza lasciare da parte nulla.
Governare non è una cosa semplice. E di questo bisogna dare atto. Ogni giorno la gente che governa deve fare fronte a dei problemi, alle volte doverosamente ma senza volontà diretta tirando via. Può essere questo tirare via una abitudine? Della serie: un buon governante può essere creduto quando dice che farà una cosa senza tirare via in altre situazioni?

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La parola vacanza, prima di avere un utilizzo comune di tempo del riposo, indica uno spazio mancante. Infatti vacanza rimanda a ‘vacante’, e a sua volta al verbo vacare, che è un verbo dal latino il quale significa, oltre ad ‘avere del tempo libero’, ‘essere privo di’. Nel caso specifico, il posto di lavoro o di vita.
La vacanza quindi è la mancanza di posizione all’interno di un tempo e di uno spazio. Si potrebbe riassumere che la vacanza toglie temporaneamente il proprio posto nel micro o macrocosmo di cui si è parte integrante.
Ma una domanda sovviene: la vacanza, oltre a quanto detto, è più una dimensione o uno spazio-tempo? Detto in parole più semplici: si è in vacanza o si va in vacanza?
La seconda opzione significa dire che la vacanza è uno spazio-tempo. Cioè si identifica il momento della propria mancanza nelle tre dimensioni, cioè andandosene letteralmente da tutto e da tutti.
La prima opzione racchiude al suo interno il fatto di prendere la propria mancanza fisiologica, perché bisogna dirlo che la vacanza è qualcosa di socialmente e lavorativamente fisiologico, come un momento mentale. Una dimensione che astrae dal tempo e dallo spazio. Perché la propria vacanza può essere anche permettersi di stare a letto mezz’ora in più del consentito dal proprio orario di routine giornaliera classica.
Se sia meglio la prima o la seconda opzione non si saprà mai, perché ciascuno vive se stesso come meglio crede.

A parte tutto, dal Blog di Matteo Baudone i migliori auguri di una buona vacanza e di una buona estate.

Matteo

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Nell’eterna lotta tra le generazioni ad emanciparsi non soltanto dalla famiglia di appartenenza ma anche dal lavoro che le connota, un quotidiano vuole fare qualcosa in un duplice senso. La manifestazione “Bimbi in ufficio con mamma e papà” promossa dal Corriere della Sera in collaborazione con il quotidiano La Stampa vuole essere un momento in cui rendere coscienti i figli del ruolo dei genitori all’interno di quello spazio in cui sono inquadrati quando non sono a casa a giocare con loro.
Si può dire solo che del bene di una giornata del genere, che si tiene il 27 maggio e a cui si può aderire chiamando questi contatti – bimbinufficio2016@rcs.it Tel:02.20400332. Si può dire anche una cosa in più: prima i figli si abituano al lavoro dei genitori prima possono sostituirli al posto del genitore.
Non si può non negare che a parte tutta la positività immaginabile e tutti i buoni propositi degli organizzatori si vuole stimolare nei figli l’emulazione. Che porta al più assoluto immobilismo nel mondo del lavoro.
In poche parole: se non si stimola un bambino a cercarsi il proprio posto al sole, dandogli quello che la famiglia gli ha addossato, non si creerà mai un cittadino cosciente della fatica – non solo studentesca – che ci vuole a conquistarsi e mantenersi un posto di lavoro.
E’ bene sottolineare i due concetti: il lavoro dei genitori va conosciuto ma vanno allo stesso tempo conosciute le “regole della strada” che aiutano a una cosa soltanto: la sopravvivenza nel mondo, non solo però in quello del lavoro.

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I principali social network permettono di mandare in diretta quello che si sta facendo. Ma diversamente da una video chat: si tratta di una diffusione più larga di una singola persona.
Ci si può chiedere se questo è un vantaggio o uno svantaggio?
In linea di principio si, visto che domandare è lecito – anche a se stessi – e rispondere è cortesia. Ma forse è meglio lasciar stare domande di questo tipo.
Non per ledere la diffusione o l’utilizzo di questi mezzi di diffusione della propria realtà personale. Ma perché sotto un certo aspetto non c’è materiale sufficiente per fare una indagine vera e propria.
Ci sono possibilità di vedere quello che viene fatto. Ma si tratta pur sempre di materiale su cui fare della dissertazione filosofica o speculativa è assai rischioso. Non è solo lesione della fiducia personale sul singolo social network da cui si attinge la live di cui si parla, ma è anche arroganza di poter già adesso pontificare su qualcosa che al massimo ha un paio di anni di vita. E soprattutto necessita di almeno un utilizzo personale continuativo e prolungato di propria ‘connessione’, prima di poterlo analizzare.
Quindi questo è il messaggio ai vari studiosi: sappiate ponderare quello che dite a riguardo, perché ne va di un pezzo della comunicazione planetaria.

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